Anna Politkovskaja, donna non rieducabile

E’ il 7 ottobre del 2006. Un cadavere viene ritrovato nell’ascensore di un palazzo a Mosca. E’ quello di Anna Politkovskaja. Nel suo, palazzo.
Classe 1958, giornalista russa e attivista per i diritti umani, freddata -nel giorno del compleanno di Putin- da quattro colpi di pistola più un altro “di sicurezza” alla nuca.
Muore così, dopo una serie di minacce sferratele dai vertici militari dopo le sue inchieste sugli abusi, le torture, i soprusi e le umiliazioni nei confronti dei civili ceceni. “Io vedo tutto. Questo è il mio problema”, riassunse lei.
Anna Politkovskaja che il regime classificò, poco prima della morte “Donna non rieducabile”.
La Corte europea per i diritti dell’uomo ha condannato due anni fa la Russia per “non aver attuato le opportune misure investigative per identificare i mandanti dell’omicidio”.
“Sono una reietta” scrisse di sé. “A Mosca non mi invitano alle conferenze stampa né alle iniziative in cui è prevista la partecipazione di funzionari del Cremlino: gli organizzatori non vogliono essere sospettati di avere delle simpatie per me. Eppure tutti i più alti funzionari accettano d’incontrarmi quando sto scrivendo un articolo o sto conducendo un’indagine. Ma lo fanno di nascosto, in posti dove non possono essere visti, all’aria aperta, in piazza o in luoghi segreti che raggiungiamo seguendo strade diverse, quasi fossimo delle spie. È una situazione a cui non ti abitui, ma impari a conviverci”.
Parole che verranno pubblicate postume, nel 2007.
Perché quando non sei rieducabile puoi essere una sola cosa: morta.

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