C’è un posto a Bologna

C’è un posto a Bologna, un grande hangar, in cui si entra a marcia indietro nella storia e nel tempo. Al centro, in una stanza semi buia, c’è quella che sembra l’enorme carcassa di un dinosauro morente: duemila pezzetti rimessi insieme frammento per frammento.
Dall’alto pendono 81 luci che si accendono e si spengono al ritmo di un respiro umano, sui lati 81 specchi neri che riflettono chi percorre il ballatoio.
Attorno anche 81 altoparlanti dai quali escono suoni sussurrati di voci, pensieri, Lunedì devo accompagnare mamma, E se andassimo in ferie in montagna. Insieme formano uno sciame orchestrale.
Al centro 9 casse nere con oggetti personali: scarpe, pinne, boccagli, occhiali, vestiti.

E’ il Museo della Memoria di Ustica, un’opera di Christian Boltanski dove mi ha portata per la prima volta due anni fa Lorenza.

Lì giace quel che resta.
Quel che resta di quel Dc9 partito da Bologna e diretto a Palermo, inabissatosi a Ustica il 27 giugno 1980.
Quel che resta delle 81 vittime.
Quel che resta di questi 40 anni di buio.
Se vi capita andate. Perché, quaranta anni dopo, una sola cosa è intatta: la presenza. E il nostro ricordo.

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